In occasione della festa della donna dell’8 marzo, è interessante scoprire storie poco conosciute di donne che hanno fatto la storia. Una storia spesso secondaria e ancora da studiare, capire e poco raccontata.
Le donne e la Resistenza in Italia: un ruolo, quello delle donne, importantissimo in questo contesto storico che aiutò il difficile combattimento dei partigiani verso la liberazione dell’Italia dalla dittatura e da un nemico sempre più onnipresente.
Ecco delle storie che vanno assolutamente lette e conosciute. Ricordo che nel 1944 la Giornata Internazionale della Donna era ancora illegale ma non per questo i Gruppi di Difesa, proprio in questo giorno, si lasciarono influenzare e decisero di far uscire il giornale clandestino Noi Donne in tutte le città!
Le donne e la Resistenza in Italia
La Seconda Guerra Mondiale, più di ogni altra guerra europea, fu caratterizzata da una figura particolare. Il partigiano, un combattente irregolare con un ruolo decisivo nei vari conflitti che colpirono l’Italia e l’Europa. Moltissime persone, uomini o donne che fossero, combatterono una guerra parallela a quella ufficiale: ci si trovò di fronte a due guerre, i partigiani da una parte e i soldati dall’altra.
La guerra dei partigiani, una lotta antifascista con movimenti di liberazione nazionale nata spontaneamente dopo l’8 settembre e terminata nel 1945. Il partigiano, un combattente irregolare, senza una divisa ufficiale che non dipendeva da ordini derivati dallo Stato. Figura legata profondamente al territorio che voleva liberare e spesso legata alla popolazione del luogo: solo in questo modo il partigiano poteva essere veloce e mobile negli spostamenti e di fronte agli imprevisti.
I numeri delle donne nella Resistenza italiana
Molte furono le donne che aiutarono i partigiani. La storiografia ufficiale, per molto tempo, ha ignorato o messo in secondo piano il ruolo delle donne nella Resistenza: un ruolo molto importante e per niente scontato rispetto alla Resistenza maschile.
35.000 sono le donne partigiane (ma sicuramente il numero ufficiale è inferiore a quello effettivo) tra cui: 20.000 le patriote, 70.000 le donne appartenenti ai vari Gruppi di difesa, 683 le donne fucilate o cadute in combattimento, 1.750 le donne ferite, 4.633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti e 1.890 le donne deportate in Germania.
Questi sono dati importanti che mettono in evidenza la forte presenza femminile in questo contesto storico: sono dati elaborati dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e da prendere con le pinze perché la Resistenza femminile è ancora un argomento poco conosciuto e chiamata Resistenza taciuta.
Dall’altro canto, secondo le regole, il riconoscimento della qualifica di “resistente”, è partigiano colui che ha portato le armi per almeno tre mesi, ha compiuto almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio, chi è stato incarcerato nei lager almeno tre mesi o sei mesi tutti coloro che si sono occupati dell’organizzazione delle strutture logistiche.
Vengono così escluse tutte quelle persone che non si trovarono in queste situazioni: le donne e molti reduci dei campi di concentramento, oppositori del sistema ma non facente parte alle formazioni ufficiali e ai partiti del Cln.
Il ruolo delle donne
Il ruolo delle donne fu fondamentale: si esposero completamente ai rischi che la guerra partigiana comportava, senza esitazioni e ripensamenti. A differenza della lotta maschile, nella maggior parte dei casi le donne si rifiutarono di portare le armi, optando per una Resistenza quotidiana e civile ma subendo la stessa ferocia repressione della lotta armata.
Le donne, uniche volontarie a 360° nella Resistenza: non furono mai sottoposte a bandi di reclutamento, non obbligate alla fuga e a nascondersi e impegnate in ognuno dei compiti previsti dalla lotta di Liberazione in tutte le sfaccettature.
Secondo Anna Bravo, la resistenza quotidiana fu una “reazione informale al peggioramento delle condizioni materiali e alla crescita dell’inferenza nazista nella vita di tutti i giorni”[1]. In questo contesto si possono inquadrare tutte quelle donne, o gruppi di donne che raggiunsero il limite di sopportazione in una situazione dove i beni essenziali scarseggiavano.
Di fronte all’impossibilità di soddisfare le necessità quotidiane, le donne si ritrovano ad urlare “Abbiamo fame!” e di conseguenza a reagire contro lo Stato, le forze militari e l’oppressore.
A Verona, si scontrano contro i mugnai per avere il pane, a Napoli impedirono i rastrellamenti degli uomini, a Carrara resistettero agli ordini di sfollamento totale: questi alcuni dei tantissimi esempi di resistenza quotidiana. Il filo conduttore fu la necessità di provvedere alla propria famiglia e a se stesse.
La nascita dei gruppi di difesa della donna
Nel novembre 1943 nascono i Gruppi di Difesa della Donna (Gdd) e l’Assistenza ai Combattenti della Libertà (CLNAI). I Gdd furono riconosciuti dai CLNAI ma solo con un ruolo consultivo e senza diritto di voto.
Nonostante questo rimase un atto importante perché la nascita di queste organizzazioni femminili si inserirono pienamente nella Resistenza. Nei loro documenti citano “le donne italiane che hanno sempre avversato il fascismo“, mettendo in risalto il peso dell’occupazione tedesca e fascista, indicando le possibili azioni di lotta contro di esse.
I Gruppi di Difesa della Donna, ai quali aderirono ben 70.000 donne, diedero vita a compiti più rischiosi e gravosi rispetto a quelli indicati nello statuto, diventando difficile distinguere e separare i vari ruoli nei quali le donne parteciparono.
Le staffette
Si parla di resistenza civile quando la resistenza quotidiana incomincia a mescolarsi con la politica. Il ruolo delle donne divenne fondamentale: corrieri, informatrici, staffette, tutti ruoli molto importanti all’interno della Resistenza perché senza, essa non avrebbe potuto resistere. Le staffette soprattutto, furono un ingranaggio molto importante nell’intero contesto.
Senza di loro le direttive sarebbero state nulle, così come tutti gli ordini, gli aiuti, le informazioni non sarebbero mai arrivati a destinazione. Un compito difficile, delicato e nel contempo pericoloso perché spesso si attraversavano le linee di combattimento, con il fuoco del nemico.
La staffetta era anche colei che rimaneva accanto al ferito, curandolo e chiamando il medico. Era lei che andava alla ricerca di vestiario nuovo, di viveri, di medicinali e di tutto ciò che i partigiani combattenti avevano bisogno.
Era un collegamento tra le varie bande, permettendo così il loro funzionamento. Fede, indicazioni politiche, la stanchezza verso una guerra che sembra non finire mai, l’odio verso l’oppressore (i tedeschi e i fascisti) e la solidarietà.
Molte sono le motivazioni che portarono le donne a collaborare con la Resistenza, assumendo questa aurea di maternage, che caratterizzò la Resistenza femminile in Italia. Le donne si trovarono a proteggere, nascondere, sfamare, curare la propria famiglia così come il ragazzo ferito, il partigiano affamato e così via.
La bicicletta è sicuramente il simbolo della staffetta e della sua libertà: serviva per spostarsi ma anche per incontrare nuove persone, ammirare il paesaggio, uscire di casa.
Le infermiere
Quello dell’infermiera, così come medici, crocerossine o suore, è sempre stato un ruolo tipicamente femminile. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu scelto in modo indipendente e libero dalle stesse donne: figure che assistettero feriti e malati negli ospedali e nei centri di primo soccorso, formando un esercito di salvezza clandestina.
La loro missione? Curare il partigiano ferito per poi nasconderlo e salvarlo. Spesso svolgendo il proprio lavoro in maniera del tutto gratuita per salvare i partigiani sia dalla malattia che dai fascisti, facendoli scappare poi, mentre i questurini della Repubblica di Salò li aspettavano per prelevarli dall’ospedali.
Rientra nel ruolo delle partigiani femminili anche la cura dei morti: la composizione dei corpi (spesso martoriati) e la loro sepoltura, il funerale e i vari riti legati a questo tragico momento, spettavano soprattutto alla figura femminile.
C’è da dire che spesso gli uomini dovevano rimanere nascosti, mentre le donne potevano circolare più facilmente: è così che, ad esempio, spettava ad una volontaria preparare il defunto e il relativo funerale, per poi portare gli oggetti intimi alla famiglia.
Le fattorine
Un ruolo importante lo ebbero le fattorine, cioè coloro che si occuparono dell’organizzazione e della diffusione della stampa clandestina. Dalle fine del 1943 fino al 1944 a Milano venne organizzato da parte dei Gruppi di Difesa un giornale clandestino ciclostilato.
Le altre città seguirono a ruota: Liguria, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna. Ma anche a Napoli quando la città venne liberata nell’estate del 1944.
Tanti i giornali femminili di partito anche se con tirature piuttosto limitate ma supportati da molti volantini, circolari, lettere. Sui giornali maschili non c’era l’ombra di articoli scritti da donne. Raccoglievano i lori scritti in luoghi nascosti, difficili da accedere per poi essere dattiloscritti, corretti, portati in tipografia e una volta stampati, distribuiti in diversi modi, a loro rischio.
Ma perché le donne?
Le donne erano coloro che attiravano meno l’attenzione; spesso nascondevano i messaggi nella borsa creando un doppio fondo, erano vestite in modo comune. Erano giovanissime (spesso non oltre ai 20 anni) proprio perché erano quelle che destavano meno di altre i sospetti da parte dei fascisti e dei nazisti e quindi potevano evitare con maggiore facilità le perquisizioni.

Un memoriale a Bologna
All’interno del giardino di Villa Spada è stato allestito un memoriale dedicato alle 128 donne partigiane della provincia di Bologna che hanno sacrificato la loro vita per la libertà e la democrazia.
L’opera artistica è intitolata La Staffetta Partigiana ed è stata creata dalle alunne e dagli alunni della classe 5′ B della Scuola Primaria “Manzolini” e guidati dall’artista Giuseppe Parenti.
L’associazione culturale Artecittà ha ideato, creato e promosso questo intervento artistico, legato alla memoria storia partecipata e realizzato con il sostegno del comune di Bologna.

La bibliografia usata Le donne e la Resistenza in Italia
Addis Saba, Marina, Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, Mursia, Milano, 1998
Bravo, Anna, Resistenza civile in Dizionario della Resistenza, vol.1 Storia e geografia della liberazione, Einaudi, Torino, 2000
Casamassima, Pino, Bandite! Il ruolo delle donne col fucile in spalla, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2012
Catania, Valentina, Donne partigiane, Istituto Veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, Cierre Edizioni, Verona, 2008
Pesenti (a cura di), Velia Sacchi. Io non sto a guardare. Memorie di una partigiana femminista, Manni, Lecce, 2015
Traverso, Enzo, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914 – 1945, Il Mulino, Bologna, 2007
Consigli di lettura
AA.VV., Il Novecento delle italiane. Una storia ancora da raccontare, Editori Riuniti, Roma, 2001
Bravo, Anna & Bruzzone, Anna M., In guerra senz’armi. Storie di donne, 1940-1945, Roma, Bari, Laterza, 1995
Gramola, Benito, Le donne e la Resistenza. Interviste a staffette e a partigiane vicentine, La Serenissima, Vicenza, 1995
Iaccheo, Anna Teresa, Donne armate. Resistenza e terrorismo: testimoni dalla storia, Mursia, Milano, 1994
Ponzani, Michela, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940 – 1945, Einaudi, Torino, 2012
[1] Bravo, Anna, Resistenza civile, resistenza delle donne, “Storia e problemi contemporanei” nr. 24, dicembre 1999, p. 132





10 pensieri sparsi
Sono approdata sul tuo blog e l’ho tutto spulciato. Tra i vari articoli questo ha catturato la mia attenzione per due motivi: resistenza e lotta delle donne unite per una causa. Due temi che mi stanno terribemente a cuore.
Grazie per questo post, un ottimo approfondimento storico!
Ed è un argomento che non si studia a scuola se non con un piccolo accenno sulle staffette! Mi è piaciuto molto approfondire cosa hanno fatto le donne durante la Resistenza ed è un vero peccato che non se ne parli molto.
Quando si pensa alle figure “eroiche” durante la guerra difficilmente si pensa alle donne, invece sono state dei tasselli fondamentali per ottenere la libertà! Grazie per questo post davvero interessante
Ebbene si, il ruolo delle donne purtroppo è stato nascosto troppo spesso: molti obiettivi non li avremmo mai raggiunti senza di loro!
Le donne sono un pezzo della nostra storia importantissimo e vengono spesse dimenticate. Mi ricordo a scuola quando venivano a raccontarci della guerra e delle attività partigiane che queste signore anziane ci facevano sempre sentire coinvolti come se fossimo stati lì con loro a portare messaggi nascosti. Dagli uomini c’era questo racconto comune di armi e fughe in montagna, dalle donne corse in bicicletta e adrenalina pura ai posti di blocco. Dobbiamo rivalutarle di più!
Se noti, di solito si racconta (e si studia) solo la storia fatta da uomini pero´ le donne Hanno sempre avuto un ruolo fondamentale!
Bellissimo articolo, pure troppo in questo mare magnum di informazioni inutili da web. Mi hai fatto capire un sacco di cose. Per esempio, non sapevo affatto che i partigiani dovessero avere alle spalle un tot di azioni. Grazie!
Scrivendo questo post ho scoperto pure io tantissime cose! E si, ho scritto davvero tanto ed è stata un’impresa tagliare, tagliare … forse avrei dovuto tagliare altro ma credo che poi il senso di quello che volevo dire, sarabbe andato perso. Ho lasciato la bibliografia apposta per chi volesse andare oltre: c’erano davvero tantissime informazioni & storie da raccontare!
Voglio ringraziarti dal più profondo del cuore per questo articolo importantissimo (e davvero interessante, ho scoperto un sacco di cose che non sapevo); oggi più che mai è doveroso parlare della Resistenza, e includere nel discorso anche le donne, uno degli aspetti più taciuti di questo fenomeno, è davvero fondamentale, Grazie davvero 🙂
Grazie a te per averlo letto! Pensa che questo articolo doveva essere pubblicato su un blog di alcune care amiche ma è saltato il progetto e ho aspettato l’occasione giusta per pubblicarlo.
Credo che l’idea mi sia venuta da un libro letto alle superiori grazie al mio prof di storia “L’Agnese va a morire” e avevamo visto pure la rappresentazione teatrale, oltre al libro “La ragazza di Bube”: ne ero rimasta incantata ma dall’altra parte mi è scatturita la voglia di scoprire come l’altra metà del cielo avvesse dato il suo aiuto durante il periodo buio della Seconda Guerra Mondiale!