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Viaggiare lentamente nell’epoca del turismo mordi e fuggi

Viaggiare lentamente nell’epoca del turismo mordi e fuggi

by Gli amici del Miraggio


Viaggiare non è mai stato così semplice
. In poche ore possiamo raggiungere l’altra parte del mondo, organizzare un itinerario con lo smartphone, sapere già cosa vedere, dove mangiare e persino da quale punto scattare la fotografia migliore.

Eppure, se da una parte viaggiare è diventato molto più semplice, dall’altra il tempo che abbiamo a disposizione sembra essere sempre meno. Cerchiamo di concentrare tutto in pochi giorni, incastrando città, attrazioni ed esperienze con la paura costante di lasciare indietro qualcosa.

Non credo ci sia nulla di sbagliato nel viaggiare in questo modo. Per anni l’ho fatto anch’io e, ancora oggi, quando ho poco tempo a disposizione, cerco inevitabilmente di sfruttarlo al massimo. Negli ultimi anni, però, qualcosa nel mio modo di viaggiare è cambiato.

Ho iniziato a fermarmi più a lungo, a tornare in luoghi che avevo già visitato e, soprattutto, ad accettare l’idea di non dover vedere tutto.

Quando il viaggio diventa una lista di cose da vedere

“Cosa c’è da vedere?”. Probabilmente è una delle prime domande che ci facciamo quando organizziamo un viaggio. Apriamo Google Maps, salviamo attrazioni, costruiamo itinerari e proviamo a incastrare tutto nei giorni che abbiamo a disposizione.

Inevitabilmente, il viaggio rischia di trasformarsi in una lista da spuntare: visitare quel tempio, vedere quella spiaggia, raggiungere quel punto panoramico e poi correre verso la tappa successiva.

Sia chiaro: credo che un viaggio breve non abbia meno valore di uno lungo. Il problema, almeno per me, nasce quando cominciamo a misurare quanto sia stato bello un viaggio contando quante cose siamo riusciti a vedere.

Alcuni dei momenti più belli non erano nemmeno presenti nel mio itinerario.

Sono arrivati proprio quando ho smesso di preoccuparmi di ciò che avrei dovuto fare dopo.

Fermarsi abbastanza a lungo da smettere di essere turisti

Questa è con ogni probabilità la parte che amo di più del viaggiare lentamente. Potrà sembrare una cosa da poco, ma quando il signore del bar mi riconosce e accenna un saluto mentre passeggio dall’altro lato del marciapiede, è qualcosa che riesce ancora a emozionarmi.

Lo stesso vale per azioni molto più banali, come portare i vestiti in lavanderia o andare a fare la spesa. Gesti quotidiani ai quali difficilmente pensiamo durante un viaggio di pochi giorni, quando gran parte del tempo è dedicata a spostarsi, visitare e cercare di vedere il più possibile.

Per me, invece, persino dover cercare una lavanderia ha assunto un significato diverso. Se ho bisogno di lavare i miei vestiti vuol dire che sono fermo nello stesso posto da abbastanza tempo da iniziare ad avere una piccola quotidianità. Conosco qualche strada senza dover aprire Google Maps, torno negli stessi locali e alcuni volti cominciano a diventare familiari.

Quando ci si ferma più a lungo, cambiano inevitabilmente i ritmi e le abitudini.

Poco alla volta, la sensazione di essere di passaggio si attenua.

Non credo che si smetta davvero di essere turisti, e forse non sarebbe nemmeno corretto pensarlo. Ma arriva un momento in cui non hai più soltanto la sensazione di visitare un luogo: per qualche giorno o qualche settimana, inizi semplicemente a viverli.

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Viaggiare lentamente non significa partire per mesi

Sfatiamo un mito: viaggiare lentamente non vuol dire necessariamente stare in viaggio sei mesi. Anche perché, al giorno d’oggi, il tempo è diventato un lusso sempre più raro. Conosco pochissime persone che possono permettersi di partire per periodi più lunghi delle classiche ferie estive.

Quello che possiamo fare, però, è decidere come impiegare i giorni che abbiamo a disposizione. Magari evitando di trasformare un viaggio in una lista di cose da vedere e obiettivi da raggiungere.

Se ho due settimane ad agosto per visitare il Vietnam, perché non concentrarmi su una zona ben precisa, anziché attraversare il Paese da nord a sud prendendo continuamente aerei, autobus e treni? Vedrò sicuramente meno cose, ma avrò anche più tempo per fermarmi, cambiare programma e conoscere meglio i luoghi che ho scelto di visitare.

Negli anni ho capito che rinunciare a qualcosa non significa necessariamente perdere un’occasione. A volte significa semplicemente lasciare spazio a ciò che sta succedendo intorno a me, invece di pensare già alla tappa successiva.

Il viaggio lento, almeno per come lo intendo io, parte proprio da qui. Non dalla quantità di tempo che abbiamo a disposizione, ma dal modo in cui scegliamo di utilizzarlo. Due settimane rimangono due settimane, ma possono diventare due viaggi completamente diversi.

Tornare nello stesso posto non significa fare lo stesso viaggio

Questa è una di quelle cose che mi vengono rimproverate spesso. Quando torno nel Sud-est asiatico, nei miei itinerari inserisco sempre luoghi nuovi, ma anche mete che mi sono familiari.

Non ricordo, ad esempio, un viaggio che non sia iniziato o finito a Bali, ma potrei dire lo stesso di Lombok, della Malesia o del Vietnam. Allo stesso tempo, però, cerco sempre di lasciare spazio alla scoperta.

L’ultima volta in Indonesia ho dedicato diverse settimane a un nuovo viaggio a Flores, un’isola che mi ha stregato e che, fino a quel momento, non conoscevo affatto.

Tornare nello stesso posto, del resto, non significa necessariamente fare le stesse cose. Bali, ad esempio, è un’isola relativamente piccola, ma talmente ricca di luoghi da scoprire che negli ultimi anni non ho mai percorso due volte lo stesso itinerario.

Visitarla in periodi diversi mi ha permesso di conoscere un’isola capace di cambiare volto tra l’inverno e la primavera e di osservare trasformazioni che difficilmente avrei potuto cogliere durante un unico viaggio.

Certo, tornare in un luogo che conosco mi mette inevitabilmente in una posizione di vantaggio. So qual è l’ATM dove prelevare senza brutte sorprese, conosco l’ostello che costa poco e il warung dove si mangia bene. Sono piccoli punti di riferimento che, con il tempo, diventano familiari.

Eppure, tutto il resto continua a cambiare. Le persone che incontro, le esperienze che vivo e persino ciò che accade durante una normale giornata assumono ogni volta un sapore diverso.

Tornare nello stesso luogo non significa fare lo stesso viaggio.

Il lusso di non dover far niente

Per qualcuno quest’affermazione potrebbe avere il sapore di una “giornata sprecata”. Io, invece, ho imparato a viverla quasi come una conquista.

A volte basta l’idea di trascorrere una giornata in ostello senza fare nulla per mettermi di buon umore. Nessuna lista da depennare, nessun luogo da rincorrere, nessun programma da rispettare. Semplicemente la libertà di decidere, giorno dopo giorno, come vivere il posto in cui mi trovo.

Magari esco solo per mangiare qualcosa, faccio due passi senza una meta precisa o mi fermo da qualche parte senza guardare l’orologio. E se a fine giornata non ho visitato nulla, va bene lo stesso.

È una sensazione che ho imparato ad apprezzare col tempo: smettere di sentire il bisogno di riempire ogni giornata e concedermi, ogni tanto, il lusso di non dover fare assolutamente nulla.

Forse non dobbiamo vedere tutto

Se guardo ai miei ultimi anni di viaggio, probabilmente ho visitato meno luoghi di quanto avrei potuto. Sono tornato più volte negli stessi Paesi, ho trascorso settimane in luoghi che avrei potuto visitare in pochi giorni e, qualche volta, ho rinunciato a una nuova tappa semplicemente perché stavo bene dove mi trovavo.

Un tempo l’avrei vissuta come una rinuncia. Oggi la penso diversamente. Ci saranno sempre una città che non abbiamo visitato, una spiaggia che non abbiamo visto o un’esperienza che avremmo potuto aggiungere al nostro itinerario. Cercare di vedere tutto è una corsa che, in fondo, non possiamo vincere.

Preferisco pensare che viaggiare non significhi collezionare più luoghi possibili, ma riuscire a conoscerne davvero qualcuno. Forse è proprio questo che il viaggio lento mi ha insegnato: accettare di vedere meno, senza avere la sensazione di essermi perso qualcosa.

Chi è l’autore di questo post?

Andrea – Cacciatore di Orizzonti

Siciliano, nato sullo Stretto, ho scelto di abbandonare un posto sicuro per diventare un nomade digitale.

Oggi lavoro come SEO, esploro il mondo e vivo senza radici, cercando nuove esperienze e condividendo le storie che ogni angolo del pianeta mi regala.

www.cacciatorediorizzonti.com

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